Crediti immagini: foto di Marco Pozzi
Didascalia:
UN DON PASQUALE ANNI SESSANTA – Alcuni momenti della nuova produzione d’opera al Teatro Pergolesi di Jesi: il mondo iniziale di Don Pasquale (Bruno Taddia), un rigido proprietario di autosalone immerso nel bianco e nero della televisione dell’epoca; poi, lo shock dell’irruzione del colore, del consumismo e della modernità pop portati dalla giovane Norina (Nikoletta Hertsak). La celebre frase «È finita…» incarna lo smarrimento profondo del personaggio e il crollo definitivo dei vecchi valori.
Sarà il baritono Bruno Taddia a dare voce e volto al personaggio di Don Pasquale nella nuova produzione del capolavoro di Gaetano Donizetti nell’ambito della 59ª Stagione Lirica del Teatro Pergolesi di Jesi. L’opera va in scena venerdì 30 e sabato 31 ottobre alle ore 20:30 con la regia di Italo Nunziata, la direzione d’orchestra di Danila Grassi, scene e costumi dei vincitori del Concorso Svoboda (Michela Costa e Simone Dalla Venezia), luci di Oscar Frosio e Luca Asioli, con il Time Machine Ensemble, Coro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, e nella compagnia di canto la Norina di Nikoletta Hertsak, l’Ernesto di Francesco Lucii, il dottor Malatesta di Daniele Terenzi, il notaro di Kevin Baliviera.
Nuova la produzione realizzata dalla Fondazione Pergolesi Spontini insieme alla Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara e alla Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova, dove l’allestimento sarà in scena dopo la ‘prima’ jesina.
Una presenza autorevole sul palcoscenico, quella di Bruno Taddia, già al Teatro Pergolesi nel 2024 come Licinio ne “La vestale” di Spontini, e reduce da successi internazionali da Tokyo a Venezia, che promette un’interpretazione ricca di sfumature psicologiche.
Dietro il ritmo travolgente della commedia donizettiana, l’opera mette in scena la fine di un’epoca. Spiega il baritono: «Don Pasquale è il protagonista di quella che all’epoca fu descritta come una “buffoneria triste”… la critica dell’epoca vide bene: lungi dall’essere il solito racconto del vecchio gabbato, quest’opera è inserita in quell’elaborazione storica che porterà a fine secolo all’estensione del famoso aforisma 125 della Gaia Scienza di Nietzsche. “Pasquale” significa passaggio: nell’interpretare questo personaggio dobbiamo quindi capire in che termini esso va inteso. E in che termini il protagonista ci dice “È finita…”. Poi, certo, è un dramma buffo. Dramma, appunto…»
Quando il personaggio di Don Pasquale pronuncia la frase «È finita…», non parla dunque solo del matrimonio fallito, ma del crollo totale del suo mondo e delle sue certezze materiali e morali. Il nome “Pasquale” (che significa appunto passaggio) indica il doloroso ma necessario traghettamento verso la modernità.
A rendere immediato questo scontro generazionale è la scelta registica di ambientare la vicenda nei frenetici anni Sessanta del boom economico. Il mondo vecchio e rigido del protagonista – qui titolare di un autosalone – è inizialmente in bianco e nero, proprio come la tv del tempo. Il colore e la spensieratezza irromperanno sul palco solo con l’arrivo della giovinezza, travolgendo definitivamente il passato.
«Il vortice musicale e dell’azione – racconta Italo Nunziata – mi hanno suggerito immagini degli anni Sessanta nell’ambientare questo mio nuovo Don Pasquale. In quel decennio la sensazione era proprio quella di un vortice. Tutto era nuovo, tutto era veloce, tutto era possibile con un ascensore sociale sempre in movimento. Un decennio che ha cambiato per sempre il volto del nostro paese: le strade si riempiono di automobili, le contestazioni giovanili in famiglia rompono un modo di vita ormai desueto, le giovani donne affermano la loro indipendenza lavorativa e decisionale accorciando gli orli delle loro gonne e fumando liberamente in pubblico. E partendo proprio dalla TV in bianco e nero e della contemporanea moda optical, insieme con i giovani vincitori del Concorso Svoboda che firmano le scene e i costumi di questa nuova produzione, abbiamo deciso di ambientare nei magnifici anni Sessanta la nostra la parte visiva dello spettacolo. Non in uno studio televisivo specificatamente, ma con un’ottica che ne ricordasse e suggerisse il linguaggio espressivo. Come in una famosa trasmissione televisiva musicale di quegli anni (SIGNORE E SIGNORA), gli interpreti sembrano incontrarsi subito prima della “messa in onda” della trasmissione televisiva, dando il via alla loro rappresentazione ed ai loro movimenti coreografici non appena la musica fa la sua apparizione».